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La recensione del New York Times


Continuiamo la pubblicazione delle più autorevoli recensioni di A Dance with Dragons.
Questa è la volta di Dana Jennings, per il New York Times.

Ecco di seguito la traduzione.

In una Fantasilandia di bugiardi, non fidarti di nessuno e tieni vicino il tuo drago

di DANA JENNINGS
Pubblicato il 14 luglio 2011

Con l’arrivo di “A Dance with Dragons”, Libro 5 dell’entusiasmante ciclo di Gorge R. R. Martin “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”, è decisamente tempo di piantare un paletto nel cuore di J. R. R. Tolkien e del “Signore degli Anelli”. Come i suoi predecessori “Dance” ha la sua dose di fiaschi e draghi, di spade e magia, ma ciò non rende Martin il Tolkien americano, come qualcuno vorrebbe. È molto meglio di così.

La serie, che è cominciata con “A Game of Thrones” nel 1996, è come un tentacolare e panoramico romanzo del diciannovesimo secolo adattato ad un fantasy eterogeneo, più Balzac e Dickens che Tolkien. Martin scrive fantasy per adulti, con un realismo diretto e spinto che spetta al figlio di uno scaricatore di porto di Bayonne, N. J.. Il suo personaggio su carta è quello di un ragazzo una - pinta - e – una dose che per caso sa un sacco di cose a proposito della cura e dell’alimentazione dei draghi. Chiunque abbia seguito il suo lavoro sulla HBO, dove di recente si è conclusa la prima stagione di “Game of Thrones”, lo sa.

La serie TV, che è stata confermata per la seconda stagione, ha gonfiato l’auditorio di Martin molto al di là degli appassionati di fantasy e ha stuzzicato il già enorme appetito per il quinto libro del ciclo. Sono già state stampate qualcosa come 650.000 copie.

L’inverno sta ancora arrivando in “A Dance with Dragons”, come promesso in “Thrones”, ed il fato del mitico continente di Westeros e dei suoi Sette Regni è sempre in palio, come lo sono le vite di decine e decine di eroi ed antieroi (e quelli che vacillano nel mezzo, aspettando di voltare gabbana a seconda di dove può soffiare il vento della vittoria).

Gli elementi fantastici esistono ma sono profondamente attenuati, come Martin definisce le convenzioni di genere. È spesso più interessato dalle frizioni tra religioni in conflitto, dalla Cremlinologia di Westeros, in “trame, stratagemmi, sussurri, bugie, segreti dentro i segreti) che compongono il “gioco del trono”. Nel frattempo i suoi reami medievali risuonano con echi del nostro tempo, delle nostre moderne fughe dal terrore che infuriano con bugiardi, spie e veri credenti.

Più importante per gli appassionati, “A Dance with Dragons” riprende alcuni dei più popolari personaggi di Martin, che includono Daenerys Targaryen, regina della città di Meereen e “madre” di tre draghi; Jon Snow, 998esimo lord comandante dei Guardiani della Notte; Arya Stark, la figlia undicenne del defunto lord Eddard Stark diGrande Inverno; e la sfortunata regina Cersei della casa Lannister.

Soprattutto, “Dragons” ci riporta in compagnia di Tyrion Lannister, un nano amaro ma brillante il cui umorismo, la sua umanità spavalda e totale, lo rende la stella (spesso ubriaca) della serie. Quando Tyrion è presente, “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” diventano “Il progresso di un briccone, o le avventure sempre più ribalde di Tyrion Lannister”.

Martin è un asceta letterario, affascinato da personaggi complicati ed un linguaggio vivido, e scoppiettante con la selvaggia visione del migliore narratore di storie. E Tyrion è la sua creazione più grande. Uccisore di parenti e fuggitivo, Tyrion assume molti ruoli di “Dragons”: guitto, soldato, ufficiale pagatore, schiavo, ratto di fiume e prigioniero. Si trova nello scherzo cosmico di essere un “nano altolocato” ed è veloce a darci la pratica saggezza di Westeros: “Non fidarti di nessuno. E tieni vicino il tuo drago.” Nota anche che “un piccolo uomo con un grande scudo farà impazzire gli arcieri”.

Simili sagge osservazioni mantengono rapiti i lettori di Martin e separa “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” dagli altri romanzi del genere. (Tra l’altro, sapevate che nessuna festa Ghiscari è completa senza un piatto di carne di cane?).

I lettori, che sperano ardentemente che Martin riesca a legare insieme almeno un po’ di cime scompagnate nel suo intreccio multitentacolare resteranno delusi, anche se il destino di alcuni personaggi sarà chiarito. I draghi di Daenerys stanno crescendo, come, alla fin fine, il suo legame con loro. Cersei impara che la vera umiltà e contrizione non arrivano facilmente. E Tyrion forgia un’improbabile giocatore nel futuro di Westeros. Anche così, “A Dance with Dragons”, per la sua generosità per quel che riguarda l'avventura, è più altro il tentativo di Martin di raccogliere le sue forze in preparazione dei due libri finali del ciclo.

Ancora, si può trovare della felicità negli avvinazzati nomi dei luoghi – Frostfangs, Sea Dragon Point, Rook’s Rest – e delle persone: Homeless Harry Strickland e Bloodbeard, Cotter Pyke e Three-Finger Hobb, Wick Whittlestick e Pinchface Jon Myre. Ed il suo senso dell’umorismo, cresciuto a Bayonne, mette a sua volta a parte Martin. Anche nel bel mezzo del sangue, delle viscere e del liquore, Tyrion nota che le sue armi preferite includono “un’ascia, una daga, una battuta di prima qualità”. O come Asha Greyjoy, donna capitano della nave Vento Nero, osserva: “Alcuni uomini hanno facce che gridano per la necessità di una barba. La faccia di Ser Clayton gridava per la necessità di un’ascia tra gli occhi”.

Il più grande mal di testa con “A Dance with Dragons” è che è solo un pezzo di 1016 pagine di un gigantesco romanzo che complessivamente ammonta a 1,742,848 parole. In un lavoro di queste dimensioni è il lettore che deve imbarcarsi in una ricerca straziante, ed un riassunto delle puntate precedenti sarebbe utile.

Anche per coloro che hanno letto l’intero ciclo e guardato la serie HBO, troppe cose sono già accadute, nel corso di troppi anni, per riuscire a tenere tutto a mente. Sei anni separano la pubblicazione di “Dragons” ed il libro 4, “A Feast for Crows”; “Thrones” è uscito quando Derek Jeter era ancora una recluta degli Yankee.

Per tutti questi motivi, “A Dance with Dragons” raggiunge gli alti standard toccati dai suoi quattro fratello. E come ogni serie che si rispetti non dà al lettore alcuna tregua emozionale, finendo con numerosi punti di domanda, taglienti come rasoi, mano a mano che le pesanti ruote del fato si mettono in movimento, e gli assassini aumentano.

Come “Dragons” viene già come una cascata verso il finale, il lettore è frustrato da cliffhanger dopo cliffhanger, pur essendo tutti fin troppo consapevole del fatto che il prossimo libro di Martin non uscirà la prossima settimana, o anche il prossimo anno, se è per questo. Ma mentre scrivo, so che sarò contenta di salire sul dorso duro e scaglioso di questo drago danzante mentre aspetterò il libro 6, “The Winds of Winter”.

Così, sì, l’inverno sta arrivando. Tolkien è morto. E lunga vita a George Martin.


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