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Intervista a Martin


Fonte: Sydney Morning Herald

Una delle cose dolci del gioco della scrittura, uno dei grandi privilegi, è riuscire a parlare con gli altri scrittori. Grandi scrittori. Io sono stato abbastanza fortunato da ottenere settimana scorsa da Spectrum il compito di scrivere di A Song Of Ice and Fire di George R.R. Martin. Il primo romanzo, A Game of Thrones, è stato adattato per la TV dalla HBO e attualmente viene trasmesso su Showcase.

L’intervista che ho fatto con Martin funziona, ma non è affatto come sentire tutto dal grosso uomo in persona. Aveva alcune cose affascinanti da dire sulla natura dell’arte della scrittura, sul genere in generale e sul processo di adattamento. Ho editato fino all’essenza le mie lunghe domande che divagavano, per levarmi di torno e lasciare che George sia George. Godetevele.

The Geek: Allora, sei contento della serie TV?

Martin: Oh sì, io amo la serie TV. Sono stato coinvolto fin dall’inizio. Sono un produttore esecutivo. E scrivo una sceneggiatura per stagione, quindi il mio coinvolgimento è stato molto attivo. Non come tanti romanzieri che semplicemente vendono i diritti e poi ne escono fuori. Sono stato intimamente coinvolto nel casting e sicuramente ho scritto le mie sceneggiature. Parlo costantemente con David e Dan, i produttori esecutivi. Hanno fatto un lavoro fantastico e sono rimasti molto fedeli alla storia. Ci sono stati alcuni cambiamenti, ma questo è inevitabile per un progetto del genere. Finora è stato un grande viaggio e speri che continueremo per molti anni a venire.

 The Geek: Vuoi sempre essere coinvolto, visto che molti scrittori non lo vogliono?

 Martin: Beh, io stesso ho fatto un sacco di lavoro a Hollywood. Ho  lavorato in televisione per circa 10 anni, dalla metà degli anni ’80 alla metà degli anni ’90. Sono stato nello staff di un paio di show. Ho lavorato per alcuni film, sia originali che adattamenti. Quindi conoscevo il processo da entrambe le parti e sì, volevo un coinvolgimento. Sapevo che non potevo venire coinvolto pesantemente, perché avevo ancora dei libri da scrivere. E i libri sono lunghi, scoraggianti e richiedono tempo. Non c’era modo di potermi unire allo staff come membro a tempo pieno. Ma non volevo nemmeno solo prendere un assegno e allontanarmi. Per me è riuscita una situazione perfetta.

 The Geek: Adattare la storia per lo schermo te la fa vedere in modo diverso?

 Martin: (lunga pausa) Beh, devi pensare a diverse questioni. Fortunatamenta la maggioranza di ciò è stato fatto da Benioff e Weiss. Sono loro quelli che affrontano la difficoltà di adattare. I libri sono stati scritti, iniziati nei primi anni ’90, e quasi come una reazione ai miei 10 anni di film. Le mie sceneggiature (almeno tutte le mie prime versioni) erano ripetutamente troppo lunghe e costose. Dovevo sempre aver a che fare col fatto che con il budget che avevamo non potevo produrre tutto ciò che mettevo nelle mie sceneggiature. Quindi dovevo combinare insieme personaggi, cancellare scene, tagliare battaglie e così via. Ma preferivo le mie prime versioni, che avevano così tanto buon materiale all’interno prima che iniziassi a prendere in considerazione le questioni pratiche del budget e della produzione.

Quindi ho scritto i libri, limitati solo dalla mia immaginazione. Persino David e Dan hanno affrontano il problema di come possono possibilmente  farlo entro il budget e il programma delle riprese.  Anche se abbiamo un budget generoso per uno show televisivo, resta sempre un budget televisivo. Non è nemmeno lontanamente vicino a quello che sarebbe il budget di un lungometraggio, ma d’altro canto abbiamo decisamente più tempo.

The Geek: Uno dei vantaggi del fare narrativa di lunga durata in televisione è che tu non devi comprimere quanto devi fare con un lungometraggio. E’ questo che ti ha fatto riavvicinare alla TV?

 Martin: Sì, prima che si presentasse questo progetto HBO, c’erano tante persone che mi hanno contattato cercando di acquistare i diritti per farlo sotto forma di lungometraggio. Ho avuto alcuni incontri con loro, alcune discussioni, ma non era mai qualcosa che volessi portare avanti perché semplicemente non credevo che la storia potesse essere realizzata in due ore. Farla come lungometraggio sarebbe significato tagliare fuori il 90 per cento dei personaggi e della storia. Scegliere solo un argomento e farci quella storia, e io davvero non volevo ciò, Penso che il modo in cui lo stiamo facendo sia l’unico modo in cui potesse essere fatto.

The Geek: E’ una fantastica narrativa multitematica, che tu dici di aver scritto come reazione alla frustrazione del non essere in grado di trovarti bene con le storie sotto forma di sceneggiatura. Quando ti sei seduto a scriverla, hai scritto solo il germoglio di un’idea o avevi molto della storia che avevi già elaborato nella tua immaginazione?

 Martin: L’inizio è davvero venuto dal nulla. Ho scritto la prima parte nell’estate del ’91, quando facevo ancora un sacco di lavoro per Hollywood. Avevo pochi momenti liberi e stavo scrivendo un romanzo, un romanzo molto diverso, un romanzo di fantascienza. E al primo capitolo semplicemente mi è arrivato, ed è arrivato in maniera così vivida che ho messo da parte gli altri libri quando ho scritto quel capitolo. Questo ha portato a un altro capitolo, e un altro capitolo. Quindi il world building e il resto del materiale come lo sviluppo dei personaggi è davvero cresciuto con la storia. Ma è stata la storia e i personaggi a formare il seme. Sono venuti prima. Sono ancora la cosa più importante, credo.
 
The Geek: Quindi questa è una storia a cui tu hai permesso di raccontarsi da sé, invece di stare seduto a sbloccarla come uno scrittore di sceneggiatura.

 Martin: Sì, sotto certi spetti. Ho sempre detto che ci sono, semplificando, due generi di scrittori: gli architetti e i giardinieri. Gli architetti fanno i progetti prima di piantare il primo chiodi, disegnano l’intera casa, dove passano le tubature, e quante stanze ci saranno, quanto saranno alti i muri. Ma i giardinieri semplicemente scavano un buco, piantano il seme e vedono ciò che spunterà. Penso che tutti gli scrittori siano in parte architetti e in parte giardinieri, ma tendono verso un lato o verso un altro, e io sono sicuramente più un giardiniere. Nei miei anni di Hollywood, dove tutto lavora in base a scadenze, dovevo indossare i miei panni di architetti e fingere di essere un architetto. Ma le mie inclinazioni naturali, il modo in cui lavoro, sono quelle di dare ai miei personaggi il ruolo di guida e seguirli.

Detto questo, so dove sto andando. Ho gli ampi abbozzi della storia elaborati nella mia testa, ma questo non vuol dire che so tutti i piccoli dettagli e tutte le svolte lungo la strada che mi porteranno lì.

The Geek: E’ uno spazio così riccamente realizzato. Quanta ricerca è richiesta per fa quadrare tutto insieme?

Martin: Anche se il mondo è immaginario, è fortemente basato sul Medioevo e sull’Europa Medievale. Ho fatto molto nel leggere la storia,  le biografie, la fiction storica di quell’epoca. Volevo cogliere bene il sentimento, i dettagli e dare più verosimiglianza possibile. Ho letto molto di particolari argomenti, come la Guerra delle due rose, la Guerra dei cent’anni, le Crociate, la cavalleria e così via. Su tutte queste cose ho fatto ricerche abbastanza pesantemente,

The Geek: Sembra un posto molto più oscuro della maggioranza dei reami fantasy. Molto fantasy, in realtà molta narrativa di genere, si presenta come la realizzazione di un desiderio. Ma tu non vorresti necessariamente essere a Westeros o a Grande Inverno. L’oscurità della storia era evidente fin dall’inizio?

 Martin: Sono sempre stato uno scrittore oscuro, se guardate al materiale che scrivevo prima. Preferisco il termine realistico. Preferisco lavorare con personaggi grigi piuttosto che bianchi e neri. Ho un’istintiva diffidenza verso i convenzionali finali felici. Il fantasy migliore ha un filo di oscurità che ci passa attraverso. Se torni indietro e guardi Tolkien, il maestro di tutti loro, c’è sicuramente dell’oscurità in The Lord of the Rings. C’è della tristezza, il trascorrere di un’era, gli elfi se ne stanno andando, la magia sta morendo, i reami degli uomini stanno scomparendo. C’è una sorta di sensibilità crepuscolare, anche dopo la grande vittoria su Sauron. Non è tutto felicità e danza al chiaro di luna. Delle cose sono state perse e Frodo non è più lo stesso. Ero suscettibile a questi elementi, anche quando lo leggevo a 13 anni. Penso che ci siano molto elementi simili non solo in Ice and Fire, ma in tutto il mio lavoro.

The Geek: C’è una corrente di pensiero riguardo alla tragedia come qualcosa di naturale e la felicità come qualcosa di cui dobbiamo essere grati quando avviene. (Lui ride a questo). Questa è una delle ragioni per cui il fantasy attira la gente?

Martin: Tutta la fiction, se ha successo, farà appello alle emozioni. Le emozioni sono davvero ciò di cui parla la fiction. Questo non è per dire che la fiction non può essere riflessiva, o presentare idee interessanti e provocatorie per farci pensare. Ma se presenti un’argomentazione intellettuale, la non-fiction è lo strumento migliore. Puoi piantare un chiodo con una scarpa ma il martello è uno strumento migliore per questo. Ma la fiction riguarda la risonanza emozionale, il farci sentire le cose a un livello primario e viscerale.

Ci sono alcune idee complicate che stiamo toccando ora. Odio fare affermazioni assolute sulla fiction in generale. Ogni scrittore ha le proprie cose. Ma la mia personale visione del mondo… Non penso di essere misantropo, o tetro. Penso che amore e amicizia siano parti molto importanti di ciò che rende la vita degna di essere vissuta. C’è spazio per la felicità. Ma, posto questo, ci sono delle verità basilari. Una di esse è che la morte alla fine ci aspetta tutti. Che sia il Medioevo o i nostri giorni, prima o dopo tutti saremo cenere alla cenere e polvere alla polvere. Credo che questo colori le cose. Ogni finale felice dove tutto è risolto e tutto è allegro forse suona falso per via di ciò che ci attende.

Un’altra cosa che magari non è una parte così grande di Ice and Fire, ma sicuramente una grande parte dei miei primi lavori, è la solitudine esistenziale che tutti noi soffriamo. Mentre interagiamo con gli altri esseri umani, non li possiamo mai conoscere davvero. Penso che queste cose, che sentiamo a un livello più profondo e distinto, ci facciano sentire delle risonanze nella fiction. Storicamente, la tragedia ha sempre avuto più rispetto della commedia. Ho un grande rispetto per la commedia, e mi piace fare occasionali scene divertenti, ma non ottiene il rispetto. Persino Shakespeare è insegnato come tragedia. Ci piacciono le sue commedie, ma se chiedi quali sono le opere più grandi di Shakespeare, ma gente parlerà di Amleto e Macbeth. Non parleranno di Sogno di una notte di mezza estate o Come vi piace. Cosa ci dice ciò?

The Geek: Quindi il genere può farsi le stesse domande sulla condizione umana come la narrativa letteraria?

 Martin: Oh, sono completamente d’accordo. Ho spesso detto la stessa cosa. Il mio marchio come scrittore è sempre stata un’affermazione Faulkner's, dal suo discorso del Premio Nobel, dove ha detto “il cuore umano in conflitto con sé stesso è l’unica cosa di cui scrivere”.

Concordo con questo, al di là del genere. Le questioni di genere sono solo arredamento. Tu puoi avere una storia di fantascienza con gli alieni e le navi spaziali, puoi avere una storia mistery su un occhio privato che cammina per le strade, puoi avere una storia fantasy con draghi e battaglia con la spada, ma alla fine ognuno di questi generi riguarda il cuore umano in conflitto con sé stesso. Questo è ciò che rende la fiction degna di essere letta.

 The Geek: Alcune delle reazioni critiche allo show televisivo parlavano dell’arredamento, piuttosto che dei cuori dei  personaggi.

 Martin: Ho odiato due particolari recensioni (Slate, New York Times). Erano molto discutibili. Anche molti lettori li hanno odiati. Quella del New York Times, che diceva che alle donne non piacerebbe il fantasy, ha avuto così tante risposte che il NYT ha dovuto chiudere la sezione dei commenti. Le mie decine di migliaia di fans femminili erano così seccate dell’esclusione della loro esistenza da parte del recensore del NYT. (Ride)


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