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Martin, fantasy di sinistra?


Grazie a George Martin il fantasy supera i tradizionali confini del genere e diventa oggetto di analisi politica. LE CRONACHE DEL GHIACCIO E DEL FUOCO sono infatti diventati oggetto di analisi politica da parte di importanti testate italiane e internazionali, che hanno visto nell'epopea martininana tanto un'allegoria della politica contemporanea quanto un nuovo modo di concepire il fantasy come "di sinistra" dopo le innumerevoli letture "di destra" compiute sull'opera di J. R. R. Tolkien.

Un primo articolo è apparso su www.foreignpolicy in data 18 luglio 2011 dal titolo Realpolitik in a Fantasy World.


Quando George R. R. Martin ha iniziato la sua saga di fantasy epica, A SONG OF ICE AND FIRE, nel 1006, ha iniziato con una semplice storia su un re che lottava per governare la terra che aveva conquistato in una ribellione e dell'uomo che aveva scelto per aiutarlo a governare. Quindici anni dopo la pubblicazione del primo libro della serie, A GAME OF THRONES, la serie di Martin è una diventata uno show della HBO nominato agli Emmy, il quinto libro della serie è appena stato pubblicato (A DANCE WITH DRAGONS, uscito la settimana storia), e la storia si è evoluta da fiaba oscura di malvagi re e regine in una mega saga geopolitica con complesse e mutevoli regole, ed un grande numero di lezioni per i lettori più appassionati di politica estera.
Emerge infatti, tolti draghi e giganteschi lupi magici, che il Westeros dei romanzi di Martin è un posto in fondo familiare: le sfide della diplomazia internazionale sono più o meno le stesse che uno sia il Presidente americano o un re feudale; che il tuo debito nazionale sia in mano al governo cinese o ad una mistica e potente banca straniera che impiega asassini provessionisti; che i tuoi scomodi partner commerciali siano i cartelli del petrolio o degli schiavisti; e che i tuoi nemici siano motivati da un'interpretazione fondamentalista dell'Islam o da una sacerdotessa che vede il futuro nelle fiamme dei sacrifici.
I romanzi sono circonfusi da una complessa e sofisticata filosofia delle relazioni internazionali, con domande sull'efficacia della morale in un mondo devastato dai Draghi e minacciato dagli zombie... e, peggio ancora, da uomini e donne veramente malvagi. Come combattenti che emergono dall'idealismo dell'era Bush allo stile gheddafiano delle pragmatiche battaglie per la supremazia, è difficile dare giudizi definitivi su quale approggio sia quello vincente: il gioco del trono è lungi dall'essere finito (Martin ha previsto ancora due libri nella serie). Ma il punto cruciale, almeno fino a questo quinto libro, è forse il soft power. Se si vuole mantenere la presa sul trono, non bisogna lasciare da parte elementi collaterali come commercio, diplomazia e immigrazione, Per saperte di più, date un occhio alla brutale e pragmatica politica estera del crudo mondo di Martin.



Un secondo articolo dal titolo Game of Thrones as Theory è invece stato pubblicato il 29 marzo 2012 su www.foreignaffairs.com.

I commentatori di politica estera sulla prima stagione di GAME OF THRONES della HBO hanno posto l'accento sul supposto tema dominante del realismo politico. Qualcuno ha scritto che nello show televisivo e nei romanzi di George R. R. Martin su cui questo si basa "dimostrano chiaramente il potere della forza sul diritto," e un altro concorda: "In questo mondo di guadagni relativi, la realpolitik dovrebbe essere il comportamento più atteso." Ma un occhio più attento a GAME OF THRONES suggerisce un punto di vista differente.
Sicuramente la vita a Westeros è povera, difficile, brutale e breve, e la serie A SONG OF ICE AND FIRE di Martin ed il programma televisivo di David Benioff e D. B. Weiss sono infarciti di metafore hobbesiane, intrighi machiavellici e calcoli politici alla Carr. Ma il messaggio più profondo è che il realismo da solo è insoddisfacente ed è anche controproducente: quei capi finiscono con il disprezzare le norme etiche, i bisogno del popolo, e abbandonano il mondo al proprio destino. Il gioco del potere tra attori interessati solo a sé stessi non produce un equilibrio instabile, ma il caos; il gioco in sé stesso e gli obiettivi a breve termine distragono i giocatori dai reali bisogni legati alla sopravvivenza umana e alla stabilità.
In superficie, le norme etiche e l'onore hanno poco successo nella serie. Le norme - credenze collettive su quale sia il comportamento corretto - sono a volte invocate, ma generalmente solo per nascondere o lamentare lo loro violazioni. Il primo libro e la prima stagione iniziano con Ned Stark che spiega a suo figlio le corrette regole che guidano le esecuzioni - e finiscono con Ned Stark decapitato per la sua ingenuità. Ma buona parte di quello che i personaggi fanno è guidato dalle norme: Catelyn non avrebbe potuto catturare Tyrion se gli alfieri di suo padre non avessero seguito le norme di fedeltà, e Tyrion non avrebbe potuto sfuggirle se le norme sulla "giustizia del re" non avessero frustrato il desiderio di Lysa di un'esecuzione (e quello di Catelyn per un ostaggio). Anche i personaggi più potenti spesso seguono le regole dei loro obiettivi e della loro frustrazione.
Le relazioni sociali a Westeros si sostengono più che altro sul rituale della condivisione del pane, sui matrimoni combinati, sul mantenere le promesse quanto sul pugnalare alle spalle e tradire, ed il potere delle regole è solo evidenziato dalla loro occasinoale rottura. I lord ed i re sono puniti per le violazioni delle usanze e degli accordi non meno dei generici spergiuri, esplicitamente oppure tramite l'impossibilità di trasformare il proprio potere in azioni concrete. Contrariamente a quanto afferma Cersei, i re non possono fare quello che vogliono: Ned e la cavalleria che questi rappresenta possono apparire come i perdenti alla fine del primo libro e della prima stagione, ma il disprezo di Joffrey per le basi della giustizia ritornerà a punirlo come ha fatto con i suoi predecessori. La vera morale della storia è che quando le buone regole sono ignorate, ne seguono disordine e rovina - proprio come nella storia di Melos di Tucidide, osservano alcuni, in cui assieme alla sua descrizione della morte di Pericle e della caduta di Atene, c'è il tentativo di suggerire che guadagnare il potere senza giustizia è solo una cosa a breve termine.
A Westeros, come nel nostro mondo, le norme implicano potere sia incentivando determinati comportamenti sia definendo delle identità - che nel contempo definiscono le motivazioni, gli interessi e le strategie della gente. Seguendo le regole e le norme dei Guardiani della Notte, i criminali ordinari sono ridefiniti come protettori del reami. Le norme culturali sulla morte, il sesso, la cucina e gli spostamenti sono ciò che distingue i Dothraki dagli abitanti di Westeros, non la semplice etnia. Il potere e le norme sono quanto determina il successo, in ultima analisi, e i giocatori più abili sono coloro che comprendono come usare entrambi.
Scartando un realismo focalizzato solo sui potenti, GAME OF THRONES presta attenzione a tutti i settori della società, anche i più bassi. Martin utilizza molti punti di vista per forzare gli spettatori a vedere il mondo delle élites attraverso gli occhi di attendenti, prostitute, bastardi, e nani. Anche personaggi apparentemente marginalizzati sono forzati a riflettere sui loro privilegi relativi, come quando Tyrion rimprovera Jon per le sue lamentele sulla sua nascita illegittima e Bran per rimugiare sulla propria disabilità quando entrambi sono nati e cresciuti in un catello.
Forse il punto di vista più marginalizzato nella letteratura di guerra, e in quella politica in generale, è quello del nemico. Eppure in GAME OF THRONES anche i despoti, gli sterminatori di re, i boia e i mercanti di schiavi sono contestualizzati e umanizzati. Come nota Adam Serwer, "i mostri di Tolkien sono letteralmente dei mostri... [mentre] la maggior paarte dei mostri di Martin sono persone. Non appena uno decide di odiarli, [Martin] scrive un capitolo dalla loro prospettiva, forzando considerare il loro punto di vista." Martin mostra in che modo il sesso, la razza, il ceto e l'età si combinano per produrre un gradiente multiplo delle forme di potere nella società di Westeros, oltre che differenze in termini di capacità materiali. Mescolando tutto questo, inoltre, ricorda al pubblico che queste categorie sono spesso costruite più che prefissate: i forti e i belli si ritrovano menomani; i principi diventano schiavi; le nobili donne diventano stalliere; i bastardi si innalzano a comandanti.
In effetti, l'indovinello sul potere da A CLASH OF KINGS, messo in rilievo in uno dei trailer della seconda stagione, parla proprio di questo: "In una stanza siedono tre potenti: un re, un prete, ed un ricco con il suo oro. Tra di loro sta un mercenario, un piccolo uomo di umile nascita, e di non particolare ingegno. Ciascuno dei tre potenti gli chiede di uccidere gli altri due. "Fallo," dice il re, "perché io sono il tuo legittimo governante." "Fallo," dice il prete, "perché io te lo comando nel nome degli dei." "Fallo," dice il ricco, "e tutto quest'oro sarà tuo." Quindi... chi vive e chi muore?" La risposta dei libri, "dipende dal mercenario", sottolinea l'implicita conoscenza del potere delle classi più umili. Contadini, fanti, marinai, attendenti, prostitute, fabbri, mugnai e via dicendo sono le fondamenta su cui si reggono le élites sulla cui fedeltà si ergono o cadono. Il realismo accademico contemporaneo non ha simili sofisticate teorie sociali, laddove approcci critici e alternativi le pongono al centro del disegno.
Forse nulla sottolinea questo aspetto più delle relazioni tra i sessi nello show. Westeros e le terre che lo circondano sono naturalmente società misogine, ma questo non rende lo spettacolo ed i romanzi sessisti, come alcuni hanno dichiarato. Più che altro, forzano l'audience a confrontarsi con la violenta realtà delle relazioni di genere nel mondo feudale. L'esplicitazione di dissolutezza, violenza, traffico di donnem natrimoni forzati e delegittimazioni fanno crollare il mito di genere che cavalieri ed eserciti servono per proteggere donne e bambini, così come rigettano il mito politico che gli stati esistano per proteggere le popolazioni dalle minacce esterne. Negli standard del fantasy, i personaggi femminili che non si adeguano a questi miti tendono ad essere puniti (si compari Eowyn ad Arwen in THE LORD OF THE RINGS). Non è così nel reame di Martin: Sansa, il solo personaggio che presta fiducia nei valori della cavalleria, è dipinta come una naïf da compatire.
I personaggi femminili più forti del mondo di Martin sono comunque rinchiusi nelle norme di genere, ma piuttsto che impersonarle le sfidano e cercano spazi di manovra sfruttando le occasioni, ciascuna rappresentando una differente risposta femminista alla narrativa realista cieca alle questioni di genere della politica interna e non. Catelyn attinge alla sua forza materna per guidare l'esercito di suo figlio. Daenerys, addestrata dalle tattiche di soft-power apprese dalle ancelle, prende il potere alla morte del marito, usandolo, tra l'altro, per una politica di liberaazione femminista nelle terre oltre il Mare Stretto. Cersei usa potentemente la sua bellezza e le conoscenze della sua famiglia, ma si espone costantemente al rischio di snaturare queli stessi schemi di genere che aveva così intelligentemente manipolato. Osha, la bruta, si prende gioco delle norme di genere e di classe della società di Westeros nelle sue conversazioni con Theon, e li scardina in favore di una diretta visione eco-libertaria. Arya rifiuta le regole sociali che le vengono imposte in quanto ragazza; le guerriere Brienne e Asha (il cui nome è stato cambiato nella serie TV) seguono diversi percorsi di potere nel senso maschile del termine.
In ultima analisi, GAME OF THRONES lancia una critica al fodus miope della sicurezza nazionale sui bisogni di beni individuali e collettivi - un tema più collegato alla dottrina della sicurezza che al classico realismo politico. Basta considerare la politica estera di Daenerys, la sposa schiava diventata la regina beduina dei Dothraki. Appena in possesso dei Draghi, ma con un marito ed un figlio morti, pochi seguaci e nessun territorio, inizia la seconda stagione con poco ma sottile potere, ambizione ed attenzione agli oppressi. I lord tribali non si fidano di lei, ma rifugiati ed ex-schiavi si raccolgono sotto il suo stendardo, e la sua statura morale è essenziale nel fale guadagnare potere nelle terre oltre il Mare Stretto. Daenerys compie scelte difficili e incarna molte contraddizioni, e finisce con il combattere tutte quelle fin troppo familiari sfide e quei limiti dell'intervento umanitario e dell'imperialismo liberale. Ma certa di bilanciare tra principi e potere piuttosto che ritirarsi nel cinismo e nell'indifferenza - non proprio il comportamento realista standard.
I disastri ambientali, nel frattempo, minacciano tutti anche se sono ignorati dalla maggior parte delle persone. Lungi dall'esstere un'allegoria della riforma dell'immigrazione, la storia della Barriera e delle forze che tiene a bada riguarda l'errata credenza che la civiltà industriale possa reggere contro le mutevoli forze della natura. Il motto "l'inverno sta arrivando" è da intendere letteralmente quanto metaforicamente: le forze planetarie si muovono lentamente ma inesorabilmente verso una catastrofe climatica mentre gli scontri tra e re e regine li distraggono dal quadro generale. Questa è una storia di azione collettiva, con i Guardiani della Notte che lanciano allarmi sempre più forti e disperati ricevendo solo indifferenti scrollate di spalle. La minaccia dei non morti da al termine "sicurezza umana" un nuovo signidicato, mostrando a Westeros una minaccia comune contro cui bisognerebbe allearsi, ma anche così la cooperazione è difficile. La risposta avverrà eventualmente da alleanze con le orde barbariche del nord, popolazioni selvagge che sono le prime vittime delle mutazioni ambientali, e con queste allenaze avverranno drammatici scambi di politica culturale, mentre i nuovi arrivati portano con loro differenti idee di politica, società e religione. Il succo è chiaro: se la struttura governativa esistente non è in grado di affrontare le nuove minacce globali, deve evolversi o cadere.
Come ogni storia di politica estera, l'opera di Martin è meno conservatrice e più trasformativa di quanto appaia. È un valido esempio delle conseguenze della realpolitik incontrollata, non celebra il potere ed i potenti ma li sfida e li interroga. La società è complessa, i ruoli e le identità vari e circostanziaet, e le divisioni possono provocare disastri. In fondo, hic sunt dracones.



Infine, il 10 maggio 2012, il dibattito sbarca in Italia, con l'articolo di Maurizio Ricci La politica del fantasy apparso su La Repubblica.


Entro l'anno, sul grande schermo, Peter Jackson, con LO HOBBIT, rinnoverà la magia di Tolkien e de IL SIGNORE DEGLI ANELLI. Il successo è probabile, ma si può dire fin d'ora che si tratta di un'operazione un po' rétro. Non capita spesso che un genere letterario, soprattutto nella letteratura popolare, rovesci completamente paradigma, ma questo, in un genere di crescente successo, come il fantasy, è appena avvenuto. Per rendersene conto, basta andare sul piccolo schermo, dove Sky sta mandando in onda la seconda serie de IL TRONO DI SPADE, l'interminabile epopea inventata e alimentata (per scrivere "creata", bisognerebbe averne una conclusione, tuttora non in vista) da George R. R. Martin. "I Sopranos della Terra di Mezzo" ha definito IL TRONO DI SPADE David Benioff, che della serie tv è il produttore. Anche di più, in realtà. Perché il successo di Martin manda segnali culturali e politici di cui, in America, si sono accorti presto: il dibattito infuria, dai blog dei fan a riviste autorevoli come The American Prospect e Foreign Policy. E anche una rivista seriosa e importante come Foreign Affairs, abitualmente occupata da discussioni sulla politica nucleare di Teheran o sul futuro dell'euro, ha dedicato all'opera di Martin non uno, ma due articoli: il primo su IL TRONO DI SPADE come storia, il secondo come teoria politica. Perché qui non è questione di nani e orchi, piuttosto che damigelle e scudieri. La trilogia di Jackson ha scandito gli anni del dopo 11 settembre, la serie di Martin riflette l'amarezza per le bugie e gli inganni della "guerra al terrore". Tre anni fa, uno dei maggiori periodici conservatori americani, assegnava alla trilogia de IL SIGNORE DEGLI ANELLI il posto numero 11 nella classifica dei migliori film di destra degli ultimi 25 anni. Oggi, su American Prospect, Adam Serwer definisce IL TRONO DI SPADE "una guida di sinistra alla Terra di Mezzo".
Ricondurre Tolkien ad una ideologia di destra – in Italia, addirittura neofascista – è un'operazione mistificatoria. Il creatore degli hobbit, in fondo, aveva di fronte non Bin Laden, ma Hitler e il vero eroe della storia non è Aragorn con una spada invincibile in mano, ma un mezz'uomo come Frodo, incapace di maneggiare uno spadino, che trema di paura dall'inizio alla fine, sogna il ritorno alle feste campestri e trova il suo eroismo solo nella forza interiore. Ma è vero che il mondo di Tolkien è dipinto solo di bianco e nero, racchiuso – come la narrativa di Bush nella "guerra al terrore" – nell'epico scontro del bene contro il male, mentre Martin, nota Serwer, mostra che "le guerre più gloriose hanno seguiti squallidi e, con il tempo, si scopre che non sono state tanto gloriose dopo tutto". Del resto, basta un'occhiata ai personaggi: "I mostri di Tolkien" dice ancora Serwer" sono letteralmente mostri: i suoi orchi, uruk-hai, balrog non hanno un genuino libero arbitrio, per non dire il potenziale per una redenzione morale individuale. I mostri di Martin sono, quasi sempre, persone e, proprio quando avete deciso di odiarle, lui scrive un capitolo dalla loro prospettiva, costringendovi a tener conto del loro punto di vista". In due parole, ne IL SIGNORE DEGLI ANELLI è facile tifare per i buoni, mentre ne IL TRONO DI SPADE i buoni, per lo più, è difficile trovarli.
Il mondo morale di Tolkien, infatti, è semplice: dall'inizio alla fine, ogni personaggio segue la propria natura, buona o cattiva che sia. In Martin, tutto è in movimento: "I forti si ritrovano invalidi" scrive su Foreign Affairs Charli Carpenter, professore di scienza politica "principi diventano schiavi, nobildonne si ritrovano garzoni di stalla, bastardi si elevano a condottieri." Contemporaneamente, "le persone con le migliori intenzioni" ancora Serwer "possono essere schiacciate da obblighi morali in conflitto e da impulsi sociali divergenti, mentre quelli di dubbia fibra morale possono trovare potere e legittimazione, sfruttando abilmente le regole della società." Tuttavia, non basterebbe questo riconoscimento della complessità dell'animo umano e delle sue storie a dare a Martin un'etichetta di sinistra. Ciò che conta è che il realismo de IL TRONO DI SPADE non si esaurisce nel cinismo o, se volete, nel qualunquismo. Condottieri ed eroi vengono sistematicamente demitizzati, ma, osserva Carpenter, il punto è che, nel mondo di Martin, "i leader tradiscono le norme etiche, i bisogni del loro popolo e il mondo naturale a loro rischio e pericolo". Ancora: "la giostra del potere da parte di attori che badano solo al proprio interesse produce non un equilibrio stabile, ma il caos; il ricorso all'imbroglio e il perseguimento di obiettivi di corto respiro distrae i giocatori dai temi veramente importanti della sopravvivenza dell'umanità e della stabilità". Secondo Carpenter, "la vera morale della storia è che, quando le buone regole vengono tradite, quello che segue è disordine e rovina". Per evocare Tucidide, ciò che il potere ottiene senza giustizia non dura.
"L'inverno sta arrivando" è, oltre al logo della serie tv, anche il ritornello che punteggia i libri della serie di Martin. Va inteso, sottolinea Carpenter, non solo metaforicamente, ma anche in senso letterale. Perché l'analisi del potere che fa Martin, non si esaurisce nei rapporti fra gli uomini ma tocca anche il rapporto con la natura. La storia del Muro Settentrionale e delle forze oscure che tiene a bada, secondo Carpenter, segnala, in realtà, "l'errata convinzione che la civiltà industriale possa reggere contro le mutevoli forze della natura". Bisogna cambiare e accettare il cambiamento: il messaggio di Martin, dice Carpenter, è che, se le strutture di governo esistenti non possono gestire le minacce globali che emergono, c'è da aspettarsi che si evolvano o crollino.
Ecologia, giustizia sociale, responsabilità politica. Eppure, ciò che allontana definitivamente Martin dalla retorica della "guerra al terrore", del manicheismo dei buoni contro i cattivi, dell'integrità indefettibile è forse più un tratto psicologico, che rivela la ineludibile fragilità dell'animo umano. Prendete la confessione di Jaime, guerriero bello e invincibile, quanto capace di macchiarsi praticamente di qualsiasi peccato, incesto incluso: "Così tanti voti... ti fanno giurare e giurare. Difendi il re. Obbedisci al re. Conserva i suoi segreti. Fai quello che ti chiede. La tua vita per la sua. Ma obbedisci a tuo padre. Ama tua sorella. Proteggi l'innocente. Difendi il debole. Rispetta gli dei. Obbedisci alle leggi. È troppo. Non importa cosa tu faccia, stai tradendo un voto oppure un altro."


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