The Second Kind of Loneliness

Nel racconto che Martin stesso definisce "una ferita aperta", leggiamo il diario dell'unico membro della stazione spaziale Cerbero per scoprire la storia di un uomo, della sua fragilità e della sua solitudine tra le stelle.


Un racconto doloroso

L'estate del 1971 fu un periodo molto prolifico per George Martin, capace di produrre in poche settimane ben sette racconti. Tra questi, un posto speciale merita The Second Kind of Loneliness, pubblicato come cover story nel numero di dicembre 1972 di Analog.

Secondo le parole stesse di Martin, infatti, questo racconto, assieme a With Morning Comes Mistfall, doveva essere la cartina al tornasole della sua stessa vocazione alla scrittura e della sua concezione di quello che doveva essere un buon racconto.

These were strong stories, I was convinced, the best work that I was capable of. If the editors did not want them, maybe I did not understand what makes a good story after all... or maybe my best work was just not good enough.

Secondo la definizione dell'autore, inoltre, The Second Kind of Loneliness era

an open wound of a story, painful to write, painful to read. It represented a real breakthrough for my writing. My earlier stories had come wholly from the head, but this one came from the heart and the balls as well. It was the first story I ever wrote that truly left me feeling vulnerable, the first story that ever made me ask myself, "Do I really want to let people read this?"

Per fortuna, la decisione di vendere e pubblicare la storia ha prevalso, regalando ai lettori un ottimo racconto, nonché un viaggio introspettivo, senza cinismo ma senza sconto alcuno, nella tormentata psicologia umana.


DISCLAIMER: da questo momento si possono trovare spoiler anche significativi sull'opera.


C'è solitudine e solitudine

Questo racconto può essere considerato come parte dell'ambientazione dei Mille Mondi, collocato temporalmente agli albori della colonizzazione terrestre dello spazio. Oltre l'orbita di Plutone si trova un minuscolo wormhole, un cunicolo spazio-temporale, che al costo di immani quantità di energia può essere trasformato in un vortice grande al punto da farvi passare attraverso delle intere navi spaziali e raggiungere così regioni lontane dello spazio. I terrestri vi hanno costruito intorno la stazione spaziale Cerbero, con lo scopo di gestire il traffico di navi nel wormhole iniettandovi energia quando necessario. Quasi completamente automatizzata, la stazione necessita di una sola persona per azionare il vortice: una sola persona, immensamente lontana tanto dalla Terra quanto dalle sue embrionali colonie, per di più priva di contatti radio a causa delle interferenze generate dal wormhole. Una persona. Isolata. Sola.

In The Second Kind of Loneliness seguiamo quindi le peripezie dell'unico membro dell'equipaggio di Cerbero, personaggio di cui non ci viene svelato il nome ma di cui possiamo conoscere i pensieri più reconditi grazie alla struttura del racconto, organizzato come un diario. In fondo, chi mentirebbe al proprio diario segreto?

Oltre alle informazioni necessarie per orientarci nella cornice della storia, apprendiamo dalle battute di apertura del diario del protagonista che il suo periodo di servizio su Cerbero, durato quattro anni, sta per terminare: la data del giorno è infatti quella della partenza della nave Caronte, che trasporta a bordo il suo successore. Cosa però ancora più importante, apprendiamo che il protagonista era sulla Terra un uomo molto solo, e che quella solitudine è stata, in ultima analisi, la ragione del suo imbarco sulla stazione spaziale. Può sembrare una scelta irrazionale, ma, come Martin spiega in modo magistrale attraverso i pensieri del suo narratore, ci sono due tipi di solitudine: c'è la solitudine fisica di chi è solo tra le stelle, una solitudine che può essere opprimente quanto magnifica, che ciascuno di noi può subire o governare a seconda del proprio stato d'animo; e poi c'è la solitudine emotiva di chi, pur in mezzo alla gente, finisce per ritrovarsi solo per la paura di dire o fare la cosa sbagliata, perché ha una sensibilità differente rispetto agli altri, o per la sua insicurezza, la solitudine di chi, pur anelando compagnia e affetto, non ha il coraggio di farsi avanti perché non sarebbe in grado di accettare le conseguenze di un rifiuto.

Oh yes, it hurts at times to be alone among the stars. But it hurts a lot more to be alone at a party. A lot more.

La profondità della solitudine del protagonista è accentuata da evidenti e fin troppo espliciti richiami narrativi: tanto il nome della stazione, Cerbero, quanto la sua posizione, definita in funzione dell'orbita di Plutone, sono evidenti simboli dell'Ade della mitologia greca e romana, così come il nome della nave, Caronte, palese riferimento al traghettatore delle anime dei defunti. Il protagonista, rispetto alla Terra, è alle porte dell'oltretomba, solo oltre ogni possibilità di contatto.

Non è facile capire, a circa cinquanta anni di distanza, la potenza di questa tematica. Nei primi anni '70 la fantascienza era ancora ben lontana dall'essere un genere mainstream: Star Wars non sarebbe uscito per un altro lustro, e la fantascienza era "weird stuff", per dirla con le parole di Martin, roba per nerd, diremmo oggi. E il senso di esclusione ed emarginazione non era un sentimento sconosciuto per i fruitori del genere, a cui deve essere risultato particolarmente facile immedesimarsi nel protagonista. Il tema della solitudine, e della diversità che spesso ne è causa, diventerà uno dei più usati di Martin, e in A Song for Lya l'autore di Bayonne lo eleverà a livelli di lirismo ancora più estremi.

Al contrario, non serve attendere per vedere a piena maturazione un altro dei suoi stilemi caratteristici: in questo racconto non ci aspetta alcuna redenzione, men che meno un lieto fine.

Il narratore inaffidabile

Procedendo con la lettura del diario, apprendiamo del bisogno quasi estremo del protagonista di sentirsi amato, di sentirsi importante e necessario per qualcuno, e della sua proiezione di tale desiderio su una donna chiamata Karen, divenuta simbolo del suo fallimento quando ne ha rifiutato le avances. Incapace di gestire il rifiuto, il protagonista ha scelto la fuga totalizzante sulla Cerbero.

Con il passare dei giorni, via via che si avvicina la data della partenza, assistiamo al progressivo deterioramento della lucidità del protagonista, il quale oscilla tra momenti in cui si sente pronto al ritorno sulla Terra ad altri in cui invece vorrebbe solo continuare a nascondersi nello spazio, momenti simbolicamente gestiti con la voglia o il rifiuto di affrontare Karen e venire a patti con il rifiuto di lei. Presto il protagonista inizia a soffrire di terribili incubi, che riesce a evitare solo azionando il vortice della stazione, pratica che inizia a fare anche quando non vi sono navi di passaggio sebbene sia vietato a causa dell'elevato consumo di energia.

Dopo altro tempo, lo vediamo darsi all'alcol per sopire il suo conflitto interiore.

E iniziamo a dubitare di lui.

In realtà già da un po' lo vediamo cadere in contraddizione, smentirsi ad ogni aggiornamento del diario, incapace di affrontare di petto il problema di cosa fare una volta rientrato sulla Terra... e persino se rientrare del tutto o meno. Ma tutto questo fa parte del personaggio creato da Martin, la sua insicurezza è naturale considerate le premesse che ci sono state offerte, i suoi tentennamenti possono essere quelli di qualsiasi persona. La sua autocritica quando descrive il proprio rapporto con Karen ci convince della sua onestà intellettuale persino quando parla di lei, portandoci a fidarci delle sue parole.

Ma al tempo stesso non possiamo non renderci conto del fatto che il conflitto interiore del protagonista è ormai arrivato a livelli insostenibili. La sua razionalità sta venendo meno pertanto anche quello che scrive nel diario potrebbe essere una realtà deformata dal suo stato psichico e non quella oggettiva.

Scelte distruttive

Se il narratore inaffidabile è la spina dorsale del racconto e costituisce il campo di gioco su cui si confrontano autore e lettore, il tema della scelta - o della mancata scelta - ne è invece lo spartito. Senza condannare o giustificare il protagonista, operazione molto difficile in un racconto in prima persona e in forma di diario, Martin ci mostra come il destino del suo personaggio sia frutto delle sue scelte e del suo approccio alla vita.

Pur avendo il coraggio di ammettere che Karen non era la donna che rispondeva alle sue aspettative, il desiderio del protagonista è unicamente quello di cercare una nuova Karen. Non mette in discussione sé stesso e le sue aspettative, si limita a desiderare qualcuno che le soddisfi. L'incapacità di mettere in gioco le proprie convinzioni, unita alla fragilità di un ego che non sopporta il rifiuto, sono la prova più evidente dell'incapacità del protagonista di lasciare la Cerbero e riprendere il proprio posto nel mondo.

Ed è un elemento dall'altissimo valore simbolico il fatto che siano lo spazio aperto e il vortice proiettati come ologrammi nella sala di controllo della Cerbero le uniche cose che riescono a calmarlo quando è in preda agli incubi. L'illusione come rifugio da una realtà insopportabile. Nel rifiuto di Karen il protagonista non ha solo voltato le spalle a lei, ma lo ha fatto alla vita. Poteva ricominciare lì sulla Terra, scegliere di vivere in una delle neonate colonie spaziali, e invece ha scelto la Cerbero. La solitudine di quel simbolico oltretomba.

Older memories too. Infinitely less meaningful, but still painful. All the stupid things I’ve said, all the girls I never met, all the things I never did.

La presa di coscienza e il loop

La situazione precipita quando la Caronte non arriva alla Cerbero. All'inizio il protagonista riesce a mantenere una parvenza di calma, dandosi giustificazioni più o meno plausibili per il ritardo, ma la tensione nelle frasi del suo diario diventa sempre più palpabile, finché...

Il lettore ha davanti agli occhi un diario, e può solo immaginare cosa avvenga tra una scrittura e l'altra. Ma la presa di coscienza del destino della Caronte deve essere stata una prova brutale per il protagonista. Egli, infatti, ha distrutto la nave mesi e mesi addietro azionando il vortice, terrorizzato all'idea di tornare sulla Terra, incapace di affrontare quella vita lasciata anni addietro. Sopraffatto dall'enormità delle sue azioni, ha rimosso dalla sua coscienza l'accaduto, e riportato indietro il suo calendario mentale di diversi mesi.

Se l'impatto della rivelazione sul protagonista è devastante, quello sul lettore non è da meno: ogni cosa letta nel racconto, a questo punto, può essere messa in discussione. Chi è veramente il protagonista? Questa Karen, esisterà poi davvero? E le astronavi che vede passare sono reali o frutto della sua immaginazione? E se, estremizzando il concetto, si trovasse semplicemente in un ospedale psichiatrico sulla Terra, e tutto quello che vivesse fosse solo nella sua mente?

Ma non è ancora finita.

La chiosa finale del racconto è una nuova annotazione sul diario, con data e parole uguali a quelle lette all'inizio. Un nuovo ciclo di follia ha inizio. E al lettore non resta che una raggelante domanda: quante volte tutto questo è già accaduto? Quante volte accadrà ancora?

Conclusioni

The Second Kind of Loneliness, come Martin stesso aveva già intuito poco dopo averlo scritto, è un racconto fondamentale per il percorso di crescita dell'autore di Bayonne, la prova del raggiungimento di un livello di maturità espressiva e capacità narrativa superiore rispetto ai racconti precedentemente pubblicati: stile e tecnica sono più raffinati, la tematica dolorosa e coinvolgente.

Al di là dell'importanza dell'opera per comprendere appieno il pensiero di Martin, The Second Kind of Loneliness è un racconto che in ogni caso merita appieno di essere letto. Non sarà una lettura di svago o divertimento, ma di amara riflessione sull'uomo e le sue debolezze. E c'è bisogno anche di questo nel panorama letterario.


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